Mestiere
(1921-1922) versione ritmica con testo a fronte accentato
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Publisher Description
Per comprendere il senso profondo di Remeslò [Mestiere], bisogna immaginare la Mosca in cui queste poesie sono state scritte: una città spettrale, piegata dalla guerra civile, dalla carestia e dal terrore. Marina Cvetàeva vive in un appartamento gelido, bruciando mobili per scaldarsi, sola con la figlia Ariadna (mentre la piccola Irina è morta di fame in orfanotrofio poco prima).
In questo scenario di totale disfacimento materiale, la poetessa opera una scelta radicale: il passaggio dal "dono" all'artigianato. Se nelle opere giovanili la poesia era un’effusione dell'anima, in Remeslò diventa un lavoro di scavo, un impegno etico e tecnico. Il titolo stesso è una dichiarazione di guerra al dilettantismo: la poesia è un mestiere duro, che richiede calli sulle mani e precisione millimetrica.
Il significato del termine Remeslò si ricollega alla tradizione russa della bottega artigiana, ma anche a una sorta di ascesi religiosa. In questo volume, Cvetàeva smette di essere la "fanciulla di Mosca" per diventare la "dicitrice" (slovésnica), la sibilla, l'operaia del verso.
La lingua si contrae, diventa nervosa, ellittica. La punteggiatura – in particolare il trattino lungo (–), marchio di fabbrica cvetaeviano – non serve più solo a separare, ma a indicare il respiro spezzato, il salto logico, l'urto emotivo. In Remeslò, la parola non "descrive" il dolore, lo "incarna" attraverso una metrica che ricorda il colpo del martello sull'incudine.
Il volume raccoglie cicli fondamentali: è qui che emerge la figura della "strada" (doróga): la vita non è più stanziale, ma è un movimento perpetuo verso l'uscita.
Il libro culmina con il poema Pereùločki (Vicoletti), che funge da cerniera tra la terra russa e l'esilio. Qui, il "mestiere" raggiunge il suo apice magico: la manipolazione del suono e del ritmo trasforma la realtà fisica in una visione trascendente. La "Russia di paglia" viene trasfigurata nell'Azzurro (lazor'), un luogo dello spirito dove la sofferenza terrena viene finalmente riscattata dal canto.
Remeslò è il testamento moscovita di Marina Cvetàeva. È l'opera con cui la poetessa si presenta all'Europa, portando con sé la sapienza di chi ha imparato a forgiare la bellezza dal vuoto. Leggere questo volume significa assistere al momento in cui la voce di una donna smette di essere privata e diventa il grido di un'intera cultura che sta per essere sommersa.
È un invito a guardare al "mestiere" del poeta non come a una fuga dalla realtà, ma come all'unico modo per abitarla senza esserne distrutti. Come scrive lei stessa in questi versi, la ferita si trasforma in un'allodola che vola verso l'azzurro: un paradosso che solo la grande arte sa rendere vero.
La versione pubblicata qui è condotta avendo come dominante assoluta gli accenti dell’originale, e in questo senso si può considerare «ritmica». Gli accenti del testo italiano corrispondono – in termini sillabici – a quelli dell’originale russo, sul quale gli accenti sono graficamente indicati. Nella maggior parte dei casi questo significa che è anche una versione metrica, anche se ci sono poche eccezioni in cui il numero delle sillabe in italiano è lievemente accresciuto.