Padri e figli
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Nel capolavoro di Turgenev al centro della scena ci sono loro: Evgenij Bazarov, studente di medicina che si autodefinisce "nichilista", e Arkadij Kirsanov, il giovane reduce che lo porta con sé nella tenuta paterna. Bazarov non riconosce nulla che non si fondi sui dati di realtà: né l'autorità, né i principi, né l'arte, né l'amore, che liquida come romanticherie da bambino. Per lui un buon chimico è più utile di qualsiasi poeta.
L'incontro con i "padri" – il mite Nikolaj, che legge Puskin e suona il violoncello, e l'aristocratico Pavel, irriducibile difensore della tradizione – diventa uno scontro epocale. Da un lato i valori, il decoro, la dignità personale come fondamento della società; dall'altro la negazione totale, il rifiuto di inchinarsi a qualsiasi autorità, la scienza come unica fede.
Ma quando Bazarov incontra la bella e algida vedova Anna, le sue certezze materialiste cominciano a incrinarsi. L'uomo che negava l'amore si scopre innamorato, e viene respinto.
Turgenev non prende partito. Con straordinaria finezza psicologica, scandaglia l'animo dei suoi personaggi senza distribuire patenti di buona condotta. I giovani sono ruvidi e offensivi, è vero, ma la loro sete di rinnovamento nasce da un bisogno autentico. I vecchi sono teneri e commoventi nel loro attaccamento alla tradizione, ma talvolta incapaci di comprendere il mondo che cambia.
Pubblicato nel 1862, Padri e figli scatenò polemiche feroci: i radicali si sentirono offesi dal ritratto di Bazarov, i conservatori ne temettero le idee. Ma il tempo ha fatto giustizia, consegnandoci uno dei romanzi fondamentali dell'Ottocento, un'opera che continua a parlarci perché il conflitto tra generazioni – tra chi custodisce e chi abbatte, tra chi ricorda e chi dimentica – è la sostanza stessa di ogni epoca. Turgenev, tramite quest'opera, ci suggerisce che nell'amore va cercata la vera rivoluzione.