• 2,99 €

Descrizione dell’editore

Caso quasi unico nella letteratura mondiale, la Bibbia non è mai riuscita a separare la fase della traduzione da quella dell’interpretazione. Probabilmente per l’ambiguità e per la mutabilità del contenuto, da sempre i traduttori hanno provveduto a inserire la loro interpretazione del testo spacciandola per autentica, non disturbandosi di riportare le proprie scelte interpretative, ma piuttosto aggiungendo note che allontanano ancora di più il significato dal testo originale: è caratteristica in ambito cristiano l’iniezione di contenuti del nuovo testamento o addirittura di speculazioni teologiche successive come lo spirito santo o le profezie. In questa opera, seguendo l'ispirazione di Mauro Biglino, provvediamo invece a tradurre la Bibbia letteralmente. La regola generale per i termini non standard è che, ove una parola ebraica è presente in una singola istanza, oppure in parti diverse con significati diversi, o ancora nel caso che una qualsiasi traduzione potrebbe introdurre nel lettore un bias indesiderato, la decisione è quella di lasciare la parola in un originale fonetico in forma analoga alla versione di BibleHub, per uniformità. Questo è il caso ad esempio di: ‘ĕ·lō·hîm, Yah·weh, Šad·day, ‘El·yō·wn, Rū·aḥ, Kā·ḇō·wḏ, Mal·’aḵ.

Le persone di nomi, aggettivi e verbi seguono scrupolosamente l’originale ebraico, anche riguardo termini controversi come ‘ĕ·lō·hîm, Šad·day, ’Êl, senza risolvere arbitrariamente le contraddizioni. Il genere degli articoli e aggettivi resi in ebraico viene associato al genere del termine ebraico, e non a quello di una delle traduzioni in italiano; questo può naturalmente portare a ulteriori discrepanze del testo rispetto le traduzioni clericali. Nel caso particolare di ‘ĕ·lō·hîm, quando preceduto da articolo determinativo, si è deciso di renderlo sempre come ‘gli ‘ĕ·lō·hîm’, anche quando il termine regge un verbo al singolare. La soluzione appare quasi altrettanto insoddisfacente quanto coniugare l’articolo col verbo, per usare l’aggettivo singolare solo con il verbo al singolare, es. ‘l’‘ĕ·lō·hîm’, e in tutti gli alti casi al plurale, es. gli ‘ĕ·lō·hîm’, ma riteniamo la forma uniforme decisa essere preferibile dal punto di vista della leggibilità e dell’obiettività.

Il settimo libro dei Profeti, il dodicesimo complessivo, si apre con la morte di Acazia che si era incautamente rivolto in Yiś·rā·’êl a zə·ḇūḇ, 'ĕ·lō·he di Ekròn, per poi trattare del sollevamento di Elia da parte di un ‘turbine’ che emana da un mezzo che produce fuoco, attribuito preventivamente a Yah·weh, senza tuttavia alcuna sua manifestazione. Il superstite Eliseo non perde tempo per maledire una banda di ragazzi e farli sbranare da due orse! Poi c’è lo straordinario resoconto di una rianimazione bocca a bocca da parte di Eliseo. Poi, come spesso, si cade nel pulp, con uccisioni proditorie, donne divorate dai cani e maledizioni, che non possono mai mancare e una sequenza abbastanza serrata di avvicendamenti regali che alternano il servizio a Yah·weh e agli altri ‘ĕ·lō·hîm, probabilmente anche essi oramai ridotti a idoli, con una frazione delle conseguenze che questo comportava quando Yah·weh era presente.

Interessante a 2 Re 1: 3 come Elia non rimproveri ad Acazia di rivolgersi a un oggetto di legno e ferro mano d'uomo, come in altri casi, quanto ad un ‘ĕ·lō·he non locale. In pratica se fosse stato un abitante di Ekron non avrebbe avuto nulla da dire se si fosse rivolto a ḇa·‘al zə·ḇūḇ in luogo di Yah·weh.

Elia si manifesta di nuovo a 2 Re 1: 10 con effetti speciali, sebbene qui il redattore non ci dia elementi utili per capire di cosa si trattasse. Di conseguenza dobbiamo supporre che i due squadroni siano stati in qualche modo distrutti, difficilmente a causa di fuoco dal cielo al comando di Elia, tuttavia.

Comincia a 2 Re 2: 2 un teatrino per mostrare l'attaccamento che mostrava Eliseo a Elia; Elia lo vuole lasciare per evidentemente morire in pace, ma questi continua a seguirlo in giro per le città della Galilea.

Il supposto evento soprannaturale 2 Re 2: 11 avviene naturalmente con testimone una sola persona, Eliseo, che aveva naturalmente tutto l'interesse a elevare il suo maestro e così se stesso per induzione. Ciò ovviamente a dispetto delle speculazioni tanto dei clericali che dei cultori della paleoastronautica, che vi vedono l'intervento di extraterrestri.

Probabilmente a 2 Re 2: 16 i nā·ḇî·îm hanno le stesse nostre perplessità riguardo il resoconto di Eliseo, così sperano di trovarne da qualche parte la tomba, ma ovviamente sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio ed Eliseo ha buon gioco a dissuaderli.

Per chi conosce i testi del Buddha, sa che anche lì si usa l'offesa di "Recluso pelato" per lui e i suoi monaci, simile a quella che viene rivolta a Eliseo a 2 Re 2: 23 . Ovviamente in quei testi si reagisce in modo decisamente diverso rispetto Eliseo, che se la prende addirittura coi bambini.

Tre eserciti in marcia coi loro re a 2 Re 3: 9 per punire un re pastore per essersi ribellato al ricatto.

Ovviamente quanto enfaticamente dichiarato da Eliseo a 2 Re 3: 17 è la conoscenza della presenza di pozzi artesiani.

Evidentemente Eliseo aveva intriso il bastone con qualche sostanza aromatica auspicando che avrebbe potuto risvegliare il ragazzo ma, come si vede a 2 Re 4: 31, la cosa non ha avuto successo.

A 2 Re 4: 34 un notevole esempio di applicazione della tecnica del bocca a bocca da parte di Eliseo, simile a quella applicata precedentemente da Elia in 1 Re 17: 21.

Ed Eliseo dà mostra anche di esperienza in chimica culinaria a 2 Re 4: 41 aggiungendo una qualche polvere, forse bicarbonato, per compensare il sapore della minestra, qualora acida, altrimenti polvere acida, se amara. Ovviamente chi aveva assaggiato aveva un poco esagerato.

Una nuova duplicazione dei pani anche per Eliseo a 2 Re 4: 43.

Scopriamo a 2 Re 5: 1 che Yah·weh gioca anche in trasferta, aiutando i Siriani.

Come si vede a 2 Re 5: 27 è molto probabile che Ghecazi sia stato contagiato dalle vesti regalate da Nàaman, forse il motivo per il quale il saggio Eliseo non si era fatto vedere e non aveva accettato nulla da lui.

Come si vede a 2 Re 6: 18 i cavalli e carri di fuoco li ha visti solo il servitore evidentemente su suggestione di Eliseo, non certo gli Aramei!

Tornano a 2 Re 6: 18 i san·wê·rîm già usati dai mal·‘ă·ḵîm a Sodoma per fermare gli stupratori che volevano irrompere nella casa di Lot. Qui si tratta probabilmente delle sostanze psichedeliche già usate da Samuele contro Saul e i suoi guerrieri a 1 Samuele 19: 20-24.

Più delle allucinazioni di signore, questa volta il termine presente è davvero ’ă·ḏō·nāy (אֲדֹנָ֤י) piuttosto di  Yah·weh, che sono riportate a 2 Re 7: 6, dobbiamo pensare che la ragione della ritirata di Aram fosse simile a quella delle angustie della Samaria, il fatto che pure gli assedianti avessero esaurito i rifornimenti! Di seguito sembra ne trovino abbandonati nell'accampamento, quindi non si sa se abbiano esagerato, oppure occorre un'altra spiegazione quale ad esempio un'epidemia, magari proprio di lebbra.

Assai probabile che la frase criptica di Eliseo a Cazaèl a 2 Re 8: 10 avesse proprio l'intenzione di confonderlo per indurlo a uccidere il re, cosa che poi ha in effetti fatto, riportando solo parzialmente le sue parole. L'auspicio era ovviamente quello di indebolire Aram, si vedrà nel seguito con quale successo.

Ovviamente quello descritto a 2 Re 8: 15 è un assassinio per asfissia, simile al water-boarding usato dai soldati americani, ma fino alla morte.

Diciamo che l'inviato di Eliseo si sia un poco allargato a 2 Re 9: 6-10 rispetto le istruzioni ricevute.

Curiosamente Ieu a 2 Re 9: 12 riferisce le parole originali di Eliseo, piuttosto che quelle che gli sono state riferite. Non sappiamo ovviamente se abbia voluto nascondere la seconda parte o più semplicemente essa sia stata aggiunta a posteriori nel passo precedente per dare una giustificazione a quello che poi Ieu avrebbe fatto.

Come al solito i nā·ḇî·îm continuano a mettere un re contro un altro per mantenere il potere, come si vede ancora a 2 Re 9: 14 con i redattore che leva la mano facendo sembrare essere l'arroganza dei re a farli rivoltare, piuttosto che l'impulso dei nā·ḇî·îm. Quello che ci si domanda è perché questi continuino a dare loro retta e farsi trattare come burattini, visto che verosimilmente si comporteranno con loro come si sono comportati con chi hanno sostituito.

Non poteva mancare qualche nota splatter come quella a 2 Re 9: 33 per rinfrescare l'anima del lettore…!

Facciamo le feste a 2 Re 9: 36 per la bella e misericordiosa də·ḇar di Yah·weh!

Il brano a 2 Re 10: 13 non può non far ricordare gli episodi di cronaca quando 'ndanghetisti, mafiosi e terroristi chiedono alla vittima il suo nome prima di ucciderla.

Già si prepara a 2 Re 10: 29 la scusa per la sconfitta anche di Ieu, ovviamente non da attribuire ai suoi massacri, di cui anzi Yah·weh si rallegra, ma al fatto che lasci in esistenza i vitelli d'oro. L'impressione che le deviazioni dal percorso di Yah·weh siano state inserite ex post per dare un senso agli eventi, è forte; si noti il particolare dei vitelli d'oro, che sembra una frase modello.

Assai curiosa la nuova prescrizione a 2 Re 11: 15 per la quale non si debbano fare omicidi nella casa di Yah·weh, tanto da portare fuori Atalia prima di ucciderla. Forse segno di un nuovo pudore nei confronti di Yah·weh o tentativo di nascondere la cosa, non si sa.

Il verso 2 Re 12: 1 è assente dal testo ebraico e quindi evangelico. Da notare  he attorno i paragrafi 11-12 il testo cattolico "recupera" così che il verso 13 torna a corrispondere.

I lettori più attenti noteranno come ci sia stata una pletora di re che non hanno seguito Yah·weh, senza alcuna conseguenza. Ora che sono stati battuti, ecco che ciò si giustifica con la specifico comportamento del nuovo re che, secondo il redattore, avrebbe fatto ardere l'ira di Yah·weh a 2 Re 13: 3 tanto da metterli nella mani di Aram. Anche i lettori meno attenti potranno notare come così si possa giustificare tutto e il contrario di tutto.

Notare l'arrampicata degli specchi del redattore che culmina 2 Re 13: 7. Praticamente cerca di valorizzare la precedente distruzione dell'esercito sulla base del ritorno al peccato di Geroboamo, facendola praticamente valere doppia!

Possiamo facilmente scommettere a 2 Re 13: 19 che se avesse sbattuto le frecce cinque o sei volte, allora gli avrebbe contestato di non averlo fatto sette od otto volte…!

Evidentemente la diagnosi di morte per il povero, ma assai fortunato ’îš, per non essere seppellito più profondamente, a 2 Re 13: 21 era stata ampiamente inaccurata.

Quando il redattore non trova come giustificare un fatto nel tempo presente, non si risparmia di evocare gli antichi patriarchi come a 2 Re 13: 23 in modo che al lettore moderno appare piuttosto comico.

2 Re 14: 6 è interessante per due aspetti. Il primo, ovvio, è che regolarmente sono stati uccisi i figli per le colpe dei padri, basti solo l'esempio del figlio di Davide con Betsabea a 2 Samuele 12: 14, e ci fa piacere che questa volta non lo si faccia, il secondo ancora più curioso è che considera l'uccisione dei suoi parenti come un peccato contro Yah·weh, tanto da applicare alla sua sanzione le norme disposte da Mosè!

A 2 Re 14: 25 il redattore si supera, dopo aver utilizzato a campione precedenti profezie di profeti effettivamente prodotte, ora si cita una supposta profezia di Giona, quando Giona non era mai comparso precedentemente e tantomeno le sue profezie, per quanto abbia un libro a lui dedicato specificatamente, e si vedrà allora se la profezia sia effettivamente presente e si sia quindi semplicemente perso il riferimento in questo libro.

Questo a 2 Re 16: 1 è il famoso Acaz, figlio di Iotam, a cui Isaia farà l'altrettanto famosa falsa profezia a Isaia 7: 14, che sarà impropriamente presa a ragione della nascita verginale di Gesù. Da notare il fatto che questi interagisca solo con il kō·hên Uria, e Isaia non compare proprio, e tantomeno suo figlio Emanuel. Se mai sia apparso durante il regno di Acazia, evidentemente il redattore di 2 Re, a differenza di quello di Isaia, non ha ritenuto l'evento abbastanza importante da essere riportato. Isaia, come vedremo, appare nel suo splendore solo nella vita di Ezechia, suo figlio.

SI può cogliere a 2 Re 17: 7 l'ironia del fatto che i figli d'Yiś·rā·’êl siano stati deportati perché avevano chiesto l'aiuto degli Egiziani, e il redattore rimprovera loro che lo sono stati perché si sono dimenticati di Yah·weh, che proprio via dagli egiziani li avrebbe portato. Forse avrebbe fatto prima a rimproverarli per aver fatto fare la figura da scemo a Yah·weh che si era sbattuto per farli uscire e ora tornano da loro per essere aiutati!

Così termina a 2 Re 17: 23 la storia biblica del popolo d'Yiś·rā·’êl indipendente, sempre alla faccia delle promesse a Davide, per lasciare solo indipendente per qualche tempo Giuda.

Diciamo Yah·weh possa essere anche geloso, ma da come si vede a 2 Re 17: 25 è tutto meno che fedele, tanto da richiedere persino la fedeltà di Assiria, quasi un genius loci per il territorio di Samaria.

Una chicca è costituita a 2 Re 17: 30-31 dalla rassegna degli ’ĕ·lō·hîm serviti all’epoca dalle varie popolazioni in alternativa a Yah·weh.

Forse è il tempo, durante quello che possiamo chiamare l'epitaffio per il popolo d'Yiś·rā·êl, a 2 Re 17: 36, come ogni riferimento a Yah·weh sia in connessione con l'uscita dagli Egiziani e mai, e ripeto mai, come al creatore del cielo e della terra, come se al redattore fosse assolutamente evidente che Yah·weh con quegli eventi non c'entrasse proprio nulla, nemmeno nel mito.

Si può  chiosare la fine della lamentazione a 2 Re 17: 41 che, nonostante ciò, non sia loro successo alcunché di male, almeno tra quanto in questo libro registrato; per il resto, ovviamente, ogni popolo, a prescindere da Yah·weh, ha la sua parte di successi e sconfitte.

Per qualche motivo il redattore di 2 Re 18: 10 colloca la conquista degli Assiri al tempo di Osea, piuttosto che di Geroboamo come nel libro 17.

Non ci stanchiamo di ripetere, anche a 2 Re 18: 11, come la pratica di sterminare tutti i nemici sconfitti, dai bambini alle donne sposate, fosse esclusiva dei seguaci di Yah·weh e non propria di quel tempo. Perciò non può essere accettato il pretesto per il quale si dice che Yah·weh si fosse adattato ai tempi, per poi cambiare con Gesù, essendo piuttosto lui l'ispiratore delle maggiori violenze del tempo.

Evidentemente anche gli Assiri hanno notato a 2 Re 18: 24-25 la stessa contraddizione notata da noi precedentemente: il fatto di affidarsi agli Egiziani quando Yah·weh si era fatto un vanto di aver permesso al popolo di liberarsi di loro! E così rende a Yiś·rā·’êl il più classico dei pan per focaccia. Ciò ricorda le storie, probabilmente inventate, dei proiettili intinti nel sangue di maiale per non permettere ai Mussulmani morti di andare in paradiso. Il redattore non può far altro che rallegrarsi al notare le credenze malefiche di un popolo rivoltarsi contro di lui.

Così Eliakìm cerca a 2 Re 18: 26 di indurre, senza successo, gli emissari del re di Assiria a parlare in modo che il popolo non comprenda.

Francamente ci si domanda perché Yah·weh dovrebbe ascoltare e riprendere il re d'Assiria come richiesto a 2 Re 19: 4, visto che ripetutamente ha detto di aver mandato lui stesso i conquistatori per punirli per i loro comportamenti cattivi, l'ultimo a 2 Re 16: 4 in relazione ad Acaz.

E si presenta anche Isaia a 2 Re 19: 17 per lanciare la sua maledizione sul re d'Assiria, come proprio di quasi tutti i nə·ḇî·’îm, tanto nella Bibbia che nei tempi successivi, fino a tempi recentissimi nella zone più arretrate del paese.

Compaiono curiosamente a 2 Re 19: 12, senza alcuna spiegazione, degli individui chiamati figli di Eden localizzati a Telassàr. Ovviamente non possiamo sapere se il nome sia coincidente col famoso giardino della Genesi, o si faccia proprio riferimento a esso indicando una discendenza da Adamo e Eva.

E Ezechia a 2 Re 19: 15 si costruisce in blocco tutta la teologia. Infatti, per la prima volta viene attribuita a Yah·weh la realizzazione della terra e dei cieli, peraltro usando il verbo proprio ‘ā·śāh (עָשָׂ֔ה), piuttosto che il verbo bā·rā della Genesi, inoltre lo considera gli ’ĕ·lō·hîm per tutti i regni, non solo per quelli di Yiś·rā·’êl e Giuda.

A 2 Re 19: 21 si presenta finalmente Isaia con la sua bella maledizione contro il re d'Assiria, ovviamente a nome di Yah·weh, evidente compito precipuo dei nā·ḇî·îm in tutto il testo biblico, quando non nei confronti della nascita di figli prodigiosi.

Il testo non da alcuna chiave a 2 Re 19: 35 su quale sia stata la ragione della morte di tanti Assiri così rapidamente, forse un'epidemia di cui Isaia aveva avuto notizia, ma non possiamo ovviamente dire per certo.

Come si vede a 2 Re 20: 7, Isaia ha valorizzato le sue conoscenze mediche al massimo possibile: evidentemente l'impiastro conteneva erbe disinfettanti. C'è anche da dire che, se Ezechia non avesse pianto e pregato, probabilmente Isaia lo avrebbe fatto tranquillamente morire di setticemia, alla faccia del giuramento di Ippocrate, che evidentemente non riguarda il mondo Israeliano!

Evidentemente la scena a 2 Re 20: si svolge a mezzogiorno, quando ovviamente l'ombra comincia a tornare indietro. Come al solito i nā·ḇî·îm posseggono conoscenze scientifiche superiori ai loro interlocutori che li fanno apparire magici, o soprannaturali, secondo la famosa terza Legge di Clark.

A 2 Re 20: 16 Isaia si tradisce. Evidentemente basito di fronte alla stupidità di Ezechia, risponde, come fa di solito, a nome di Yah·weh, ma non si vede quando possa averlo consultato, visto che solo ora è stato informato della cosa. Probabilmente i teologi riusciranno in qualche modo a spiegare la cosa sulla base dell'onniscienza di Yah·weh o di qualche altro suo potere ad hoc.

Evidentemente a 2 Re 20: 19 Isaia ha preso una topica a supporre che i re attuali fossero come quelli dell'antichità a curarsi della propria discendenza.

C'è da dire che tutte le maledizioni di Yah·weh e dei suoi nā·ḇî·îm ha fatto clamorosamente cilecca, come si vede a 2 Re 21: 18 , visto che Manasse muore tranquillamente senza subire alcuna delle afflizioni minacciate. Ovviamente tanto il redattore che il teologo non battono ciglio, mettendosi in attesa di un tempo futuro quando ovviamente capiterà qualche afflizione anche su Giuda per dire che lo avevano predetto e per dare la colpa ai re che si erano comportati male.

Si vede con estrema chiarezza a 2 Re 21: 14 come al popolo quello che dicevano i nā·ḇî·îm e Yah·weh non importava assolutamente nulla, anzi. Tanto da uccidere quanti si sono comportati proprio come questi avevano prescritto, uccidendo chi aveva fatto il male sugli occhi di Yah·weh. Come nota generale vediamo come il culto di Yah·weh fosse assolutamente minoritario tanto in Samaria che nel regno di Giuda, tanto per il popolo, che per i suoi re.

Siamo lasciati a interrogarci a 2 Re 22: 8 quale sia il libro trovato da Chelkia nella casa di Yah·weh. Una prima ipotesi potrebbe essere il Pentateuco, per quanto in quei libri si danno per lo più prescrizioni, più che i resoconti delle vicende delle due nazioni: inoltre sembra sia assai breve potendo essere letto apparentemente molto rapidamente. Quindi l'ipotesi più credibile è che sia un diario parte di questo stesso libro e dei libri precedenti a cura dei vari kō·hă·nîm e nā·ḇî·îm, non pervenuto a noi nella sua individualità. Poi c'è la terza ipotesi, la più suggestiva, per la quale il libro sia stato scritto da Chelkia e come tale riportato in questo libro come se fosse stata storia.

A 2 Re 22: 14 compare la prima nā·ḇî donna, che come si vedrà, darà mostra di maggiore avvedutezza rispetto i colleghi maschi.

Infatti, come si vede a 2 Re 22: 18-20, ella si guarda bene dal lanciare una maledizione specifica, come quella ad esempio di Isaia, col rischio che faccia cilecca come quella sua, fissandola quindi in un tempo futuro, quando ovviamente prima o poi si avvererà, facilitando così il lavoro del redattore e del teologo che potrà semplicemente collegare gli eventi, anche nello spazio di secoli.

2 Re 23: 13 è interessante per due aspetti. Il primo è che il redattore non batte ciglio quando vengono abbattute le opere di Salomone, da sua parte celebrato ancora oggi come saggio e a cui vengono attribuiti tanto i Salmi che il Cantico dei Cantici, quindi il teologo, secondo il vostro umile traduttore, dovrebbe probabilmente decidersi. Il secondo, a titolo informativo, perché vengono assegnati ai vari popoli vicini i propri ‘ĕ·lō·hîm.

Ironicamente il redattore a 2 Re 23: 16 dà segno di aver perso anche lui il collegamento tra le numerosissime profezie e i fatti da spiegare, quindi se la cava con una tautologia simile a quelle di colui a qui viene chiesta l'ora e risponde che è l'ora che è. Il vostro umile traduttore, da parte sua, non ricorda alcuna parola riportata da parte di Yah·weh per la quale vadano diseppellite ossa per bruciarle e profanarle ed è quindi probabile che il riferimento sia assente e aggiunto solo per difendere Giosia anche dai suoi comportamenti più assurdi. Ancora più divertente il fatto che i traduttori, che hanno probabilmente anche loro notato la cosa, aggiungano un riferimento posticcio a qualche evento relativo a Geroboamo, del tutto assente nel testo ebraico e non che sembra affatto pertinente.

Come si vede a 2 Re 23: risulta del tutto vano seguire gli insegnamenti di Yah·weh, visto che troverà comunque qualche antenato come pretesto per accanirsi. Ovviamente per chi crede ci sia una connessione tra quanto il popolo segue Yah·weh e cosa capiti a lui.

In realtà il redattore avrebbe potuto prendere a 2 Re 24: 3 quasi chiunque, a partire dal povero Acab di 1 Re 21 se non prima, come causa delle sciagure di Giuda, visto che solo una minoranza dei re di Giuda non è stata maledetta dai vari nā·ḇî·îm che si sono succeduti.

Come si vede a 2 Re 24: 13, oramai Yah·weh va bene per tutte le stagioni, tante oramai le profezie, spesso in contraddizione tra di loro, che sono state espresse e che coprono tutte le evenienze e i loro contrari, pur di spiegare le proprie sconfitte in modo al popolo comprensibile; praticamente non a causa della loro assenza di diplomazia a base di massacri degli sconfitti e guerra con tutti, quanto per il ben più comprensibile peccato nei confronti di Yah·weh. Ciò non è diverso da chi al giorno d'oggi se la prende con la sfortuna, perché gli hanno danneggiato l'auto, invece di pensare a parcheggiarla in garage o cambiare quartiere.

Ancora con i Babilonesi a 2 Re 24: 14 si vede come fosse l'uso dei popoli del tempo di catturare i nemici sconfitti, e non di passarli per la spada, donne incinte e bambini compresi, come era invece pratica comune dei seguaci di Yah·weh.

Penso il popolo di Giuda avrebbe avuto di cui festeggiare al definitivo allontanamento di Yah·weh a 2 Re 24: 20, visti gli immensi problemi che ha creato al popolo seguire i suoi ordini o quelli dei nā·ḇî·îm che parlavano a suo nome.

Il redattore si guarda prudentemente dall'attribuire a Yah·weh, a differenze degli eventi precedenti, la distruzione della casa di Yah·weh stesso a 2 Re 25: 9, infatti sarebbe assai strano se Yah·weh volesse la distruzione della sua stessa casa!

Come si vede a 2 Re 25: 25 i seguaci di Yah·weh perdono il pelo, ma non il vizio: fanno congiure tra di loro persino quando sotto dominio straniero. Forse da qui la storia della rana e dello scorpione, a proposito della propria natura immutabile.

Così perisce a 2 Re 25: la nazione di Yah·weh, ma la malapianta sopravvive.

GENERE
Religione e spiritualità
PUBBLICATO
2017
20 settembre
LINGUA
IT
Italiano
PAGINE
54
EDITORE
None
DIMENSIONE
10.7
MB

Altri libri di Fabrizio Bartolomucci

Altri libri di questa serie