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Lungo tutto l'arco del Novecento si trovano significativi esempi di come l'opposizione non violenta ma risoluta all'oppressione politica possa risultare efficace. Il più ovvio è certo quello della lotta degli indiani per l'indipendenza dall'Impero Britannico; ma si possono ricordare anche, tra gli altri, i casi della dissidenza anticomunista nell'Europa orientale, della lotta per l'emancipazione dei neri negli Stati Uniti e in Sud Africa, e del dissenso nei confronti dei regimi autoritari in America Latina. In particolare, la resistenza non violenta si è rivelata capace di mettere in crisi quei regimi che, pur essendo oppressivi, sono in qualche misura sensibili alla forza dell'opinione pubblica. In altre parole, contro un potere violento ma non completamente irresponsabile nei confronti dei governati, lo sciopero, la non collaborazione e il fermo rifiuto di obbedire a norme ritenute ingiuste hanno spesso ottenuto notevoli risultati. Più complesso è invece giudicare l'efficacia della non violenza contro un regime capace di controllare in modo capillare la società attraverso il terrore (regime di polizia, deportazione e sterminio di massa) e la manipolazione profonda delle coscienze. In particolare è almeno dubbio che la resistenza non violenta avrebbe sortito buoni risultati contro un regime del tutto indisponibile a riconoscere ai propri oppositori il diritto di esistere come quello nazista. Eppure, perfino contro la dominazione eccezionalmente brutale di Hitler, vi è stato chi ha proposto la lotta disarmata, considerando la non violenza come l'unico modo davvero utile di condurre il conflitto. In questo contributo intendo esaminare le ragioni su cui tre intellettuali europei – Bart de Ligt, Simone Weil e Aldo Capitini – hanno fondato una simile decisione.

GENRE
Non-Fiction
RELEASED
2017
March 8
LANGUAGE
IT
Italian
LENGTH
19
Pages
PUBLISHER
Gangemi Editore
SIZE
494.5
KB

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