Trauma infinito
Una psichiatra palestinese racconta
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Publisher Description
“Nel nostro paese, come in ogni altro luogo sotto occupazione, è impossibile essere dei buoni medici se non si è anche degli attivisti.”
Da una delle voci più autorevoli della Palestina contemporanea, la testimonianza di una pratica clinica inscindibile dall’azione politica e dall’esperienza di vita.
Che cosa non sappiamo ancora della Palestina?
Non la cronaca della guerra, non la storia dell’occupazione, non i numeri del genocidio, ma ciò che raramente trova spazio nel racconto pubblico: come vive, pensa, ricorda, dubita una donna palestinese che da tutta la vita cerca di curare le ferite di un popolo senza separare la salute mentale dalla giustizia.
Nata a Gerusalemme Est, psichiatra, psicoterapeuta, scrittrice, per anni responsabile dell’Unità di salute mentale del ministero della Salute palestinese, Samah Jabr è una delle figure più originali del pensiero contemporaneo sulla Palestina.
Formata tra Gerusalemme, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti, ha elaborato una pratica clinica che, ispirandosi a Frantz Fanon, rifiuta di considerare il trauma come un fatto esclusivamente individuale e lo riconduce alla storia, al colonialismo, ai diritti negati.
Maria Nadotti non le chiede di spiegare ancora una volta la Palestina. Le chiede piuttosto di tornare all’origine del proprio pensiero: all’infanzia, alla famiglia, alla fede, ai sogni, ai pazienti, alle parole, ai luoghi che hanno fatto di lei la donna che è diventata. Mentre il dialogo procede, la guerra a Gaza, l’inasprirsi dell’occupazione in Cisgiordania e le vicende personali della stessa Samah Jabr entrano nel libro e ne modificano continuamente il corso, fino a intrecciarsi con la storia della loro amicizia.
Ne emerge una Palestina che non è soltanto il luogo di una tragedia politica, ma uno spazio da cui ripensare il rapporto tra cura e libertà, tra esperienza individuale e destino collettivo.
Più che aggiungere informazioni a ciò che già sappiamo, queste pagine cercano di avvicinarsi a ciò che resta invisibile: la nascita di un pensiero, il lavoro della coscienza e la trama quotidiana della resistenza.